1857-1858: LA RIVOLTA DEI SEPOY





Gli eventi politici e militari che sfociarono nella “rivolta dei sepoy” del 1857-58 hanno origini lontane e motivazione profonde. Tra queste la più nota è senz’altro quella legata alle cartucce unte con grasso animale. In realtà questa fu la scintilla che fece divampare un malcontento più o meno nascosto tra i sepoy dell’esercito del Bengala della Compagnia delle Indie.

            I sepoy erano le truppe indiane che prestavano servizio militare negli eserciti della Compagnia delle Indie (l’organizzazione commerciale che deteneva in realtà il potere su gran parte del subcontinente indiano) ed il loro malcontento nasceva dal fatto che erano spesso utilizzati fuori dei confini indiani con il conseguente rischio di perdere la loro casta, cosa molto sentita dai sepoy quasi tutti reclutati tra le classi alte dei bramani e dei rajput. Uscendo dai confini infatti si veniva “contaminati” ed i soldati pensavano che fosse una strategia per renderli più facilmente convertibili al cristianesimo. Inoltre le recenti vittoriose campagne militari avevano rafforzato nelle truppe la coscienza della propria importanza ed ormai gli indiani erano, nell’Esercito del Bengala, in rapporto di schiacciante superiorità numerica rispetto agli europei.

            Sul malcontento delle truppe indiane si andò poi ad innestare un malcontento più generale in seguito al mutamento della politica inglese. Nella prima metà dell’Ottocento, infatti, la Compagnia abbandonò la tradizionale politica di non ingerenza negli usi e nei costumi dei sudditi indiani ed introdusse, seppure gradualmente, una serie di riforme che andavano tutte a modificare e stravolgere usi e costumi millenari:

·        divieto della SATI, cioè del sacrificio volontario della moglie sulla pira del marito

·        divieto della THAGI, cioè l’uccisione rituale a mano armata praticata, ad esempio, dai THUGS

·        abolizione della schiavitù (peraltro esistente in via più teorica che reale)

·        abolizione del diritto consuetudinario indù per cui chi cambiava religione perdeva il diritto ad ereditare

·        concessione alle vedove del diritto di risposarsi mantenendo i diritti patrimoniali

Fu fatto ogni sforzo per combattere la pratica dell’infanticidio; fu messa in atto una decisa campagna contro i thugs e infine, a partire dal 1813, pur di vedere rinnovata la sua concessione, la Compagnia autorizzò perfino l’attività missionaria cristiana comprendente l’istituzione di scuole in cui si insegnava l’inglese o si studiavano in inglese le discipline occidentali.

Tutto questo era visto sia dagli indù sia dai musulmani come una cospirazione cristiana per scalzare le fondamenta delle loro ortodossie religiose.

Dal punto di vista politico la Compagnia iniziò ad applicare il LAPSE, il cosiddetto “Principio di scivolamento”. Secondo una tradizione indiana secolare, quando il regnante rimaneva senza eredi sceglieva il proprio successore adottandolo come figlio. In questo modo il figlio adottivo ereditava al pari del figlio naturale legittimo.

Questa pratica peraltro era comunemente usata già nell’Impero Romano tanto che il periodo del II secolo d.C. fu denominato proprio degli “Imperatori adottivi”. Tali erano ad esempio i famosi Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio e questo sistema garantì continuità politica all’Impero e quindi grande stabilità interna ed ampliamento e rafforzamento dei confini.

In India la Compagnia, rifiutava di riconoscere validità alle adozioni e, alla morte del regnante senza figli legittimi, decretava l’estinzione della dinastia. A ciò seguiva, secondo il principio del LAPSE, l’annessione dei possedimenti della dinastia estinta. Faceva in pratica ciò che, anche nell’ordinamento italiano, fa lo Stato in via sussidiaria quando non vi sono eredi. Operava cioè con l’autorità di uno Stato sovrano.

Ad esempio nel 1853 alla morte dell’ultimo PESHWA di Poona (capo della confederazione dei Maratti) al figlio adottivo NANA SAHIB fu negata non solo la successione ma anche la pensione riconosciuta al padre adottivo quando era stato esautorato di ogni potere.

Il governatore generale Lord DALHOUSIE (1848-1856) estese e forzò la dottrina del lapse arrivando ad annettere (1856, proprio poco prima di tornare in patria) ai territori della Compagnia il regno di Oudh (o Awadh) nel quale la casa regnante non era per niente estinta ma accusata di malgoverno.

Con ciò la Compagnia compiva ancora un passo in avanti: si avocava il potere di sindacare nel merito l’operato del regnante indiano. Dinanzi agli occhi dei sudditi quindi il maharajah diventava un mero uomo di paglia tenuto a rendere conto al burattinaio inglese delle sue azioni.

L’Oudh probabilmente era il più ricco tra gli stati indiani e senz’altro il più antico e leale di tutti gli stati alleati ed era vero che ormai il NAWAB viveva sfarzosamente a Lucknow dilapidando fortune ma la cosa fu vista dalla popolazione come un vero e proprio sopruso.

Tale annessione aumentò inoltre a dismisura il senso di disagio all’interno dell’Esercito del Bengala in quanto quasi la metà di esso era costituito da indiani provenienti dall’Oudh compromettendo il legame di fiducia che fino ad allora li aveva legati strettamente alla Compagnia.

In questo quadro generale la scintilla che fece divampare il fuoco che covava fu la distribuzione ai sepoy di un nuovo modello di fucile, l’ENFIELD a retrocarica che, per sfruttare a pieno l’ampio volume di fuoco che permetteva, necessitava che le cartucce, prima di essere inserite nel caricatore, venissero spuntate con i denti. Essendo tali cartucce unte di grasso c’era il sospetto (per alcuni storici fondato) che il grasso utilizzato fosse di vacca e/o di porco costringendo così i soldati della Compagnia a violare i propri precetti religiosi, fossero indù (grasso di vacca) o musulmani (grasso di porco).

Ci fu una serie di disobbedienze duramente represse finché il 10 Maggio 1857 a MEERUT, una località a circa 60 km a nord di Delhi, scoppiò una rivolta della guarnigione per liberare i compagni precedentemente imprigionati per un episodio d’insubordinazione legato al problema delle cartucce.

I ribelli, liberati i compagni, marciarono, senza incontrare alcuna opposizione inglese, su Delhi dove la guarnigione inglese, dopo aver fatto esplodere la polveriera con grande strage di civili, si rifugiò sulle colline circostanti, e li poté incredibilmente rimanere pressoché indisturbata per tutta l’estate. Divenuti padroni della città i sepoy, dopo aver massacrato numerosi civili inglesi, dichiararono BAHADUR SHAH II, il vecchio imperatore Moghul, loro capo. Seppur obbligato e controvoglia il Gran Moghul divenne il simbolo della rivolta che assunse, grazie a questo fatto, una connotazione a quel punto non solo militare ma anche politica portando molti civili ad aderirvi e ad appoggiare i sepoy.

Non si trattò però di un tentativo, come potrebbe sembrare, di restaurare il vecchio regime Moghul in quanto alla rivolta parteciparono anche moltissimi indù che non avevano alcun interesse a riportare al potere i vecchi imperatori; era solamente il tentativo di ritrovarsi uniti dietro un simbolo ancora prestigioso, almeno nel ricordo della popolazione.

La ribellione si estese velocemente e un mese dopo in tutte le province del N-O e dello Oudh la bandiera inglese sventolava solamente ad Agra, Lucknow e Kanpur.

Nell’Oudh la rivolta esplose nel maggio e assunse subito i connotati di una vera e propria rivolta popolare; mentre a Delhi l’uomo simbolo fu l’imperatore, nell’Oudh ricoprì questo ruolo Nana Sahib, il figlio adottivo dell’ultimo Peshwa, sembra anche lui, almeno in un primo momento, con riluttanza.

 Nel’Oudh i ribelli guidati da Nana Sahib conquistarono, dopo tre settimane d’assedio, la città di Kanpur e qui ebbe luogo il famoso massacro detto di CAWNPORE dal nome del campo trincerato sede dell’ultima difesa inglese; i prigionieri, una volta imbarcati sui battelli che avrebbero dovuti condurli in salvo verso Allahabad, vennero trucidati dal fuoco delle truppe allineate sulle due rive del fiume.

In questo massacro non è chiaro il coinvolgimento di Nana Sahib, alla stessa maniera in cui non è mai stata chiarita la posizione dell’imperatore Moghul nella strage di donne e bambini inglesi cui, in un primo momento, aveva offerto protezione e salvezza all’interno del Forte Rosso di Delhi, sua residenza.

La città di Luchnow cadde in mano ai ribelli a fine giugno 1857 ma circa 2000 persone, tra soldati, loro familiari e servi indigeni, si asserragliarono nella sede della rappresentanza britannica dove resistettero a mesi d’assedio; Lucknow diverrà il simbolo della riscossa della Union Jack..

Nonostante i numerosi successi iniziali ben presto i ribelli subirono una battuta d’arresto dovuta alla loro incapacità di collegare le varie aspirazioni in un unico progetto d’ampio respiro nazionale. Non riuscirono ad esempio a coordinare le iniziative dei Consigli di Guerra che vennero creati a Delhi, Lucknow e Kanpur, né a collegare l’ammutinamento militare con le rivolte rurali che scoppiarono un po’ ovunque.

Gli Inglesi non avevano un piano d’emergenza per fronteggiare una rivolta del genere e, quindi presi alla sprovvista, furono lenti nella reazione; ma la rivolta restò limitata alle zone della pianura gangetica e all’Oudh, senza estendersi ai vicini territori del Punjab e del Bengala che rimasero complessivamente fedeli agli inglesi. Inoltre i sepoy degli altri eserciti della Compagnia delle Indie (di stanza nelle altre sedi principali di Madras e Bombay) non si unirono ai loro commilitoni dell’esercito del Bengala.

Da queste regioni limitrofe partì la riscossa inglese: nel settembre 1857 la città di Delhi venne stretta d’assedio e dopo furiosi bombardamenti il giorno 14 ebbe inizio l’assalto finale che si concluse il giorno 20 con la conquista della città.

L’esercito che riconquistò la città era costituito da Inglesi e da Sikh provenienti dal Punjab; questi ultimi combattevano anche per vendicarsi del fatto che la conquista del Punjab anni prima da parte della Compagnia delle Indie era stata possibile grazie alle sconfitte loro inflitte dai sepoy dell’esercito del Bengala.

L’imperatore Bahadur Shah II venne esiliato in Birmania mente i figli vennero assassinati a sangue freddo da un ufficiale inglese; nell’assalto finale furono massacrati circa 120.000 indiani, di cui 100.000 civili, ed i saccheggi durarono fino a dicembre.

I massacri incrociati da una parte e dall’altra furono una spietata costante di questa guerra sanguinosissima. Ai massacri dei civili inglesi catturati fecero seguito le vendette su interi villaggi inermi (magari colpevoli solo di essere situati vicino ai luoghi delle stragi di civili inglesi) e gli ammutinati catturati venivano legati alle bocche dei cannoni e fatti saltare in aria.

Il Forte Rosso, dimora dei Moghul, fu trasformato in una caserma e la zona intorno distrutta per creare una fascia di sicurezza e molte moschee del complesso residenziale vennero chiuse per più di 20 anni.

La caduta di Delhi fu per i rivoltosi una grossa perdita politica ma non dal punto di vista militare in quanto il loro esercito irregolare era più adatto ad una guerra di movimento che alla difesa di roccaforti. Ma dalla fine dell’anno le cose presero una piega decisamente favorevole agli Inglesi e la rivolta iniziò lentamente a spegnersi, anche nell’Oudh che, dopo la caduta di Delhi, era divenuta il fulcro della rivolta. Gli Inglesi ripresero il controllo di Kanpur e nel marzo 1858 anche la città di Lucknow si arrese al più grande esercito inglese mai radunato in India (erano affluiti robusti rinforzi dalla Cina e dalla madrepatria).

Con la caduta di Lucknow ed il suo saccheggio, la rivolta perse ogni forza propulsiva ma i combattimenti, con il loro corollario di violenze e di massacri, proseguirono ancora. Nell’autunno del 1858, dopo atrocità non inferiori a quelle commesse in precedenza dai rivoltosi, gli Inglesi ripresero il totale controllo dell’Oudh.

Una pagina importante e famosa della rivolta ora descritta fu quella che vide protagonista LAKSHMI BAI, la rani di JHANSI, un piccolo principato maratha che, alla morte del marito, le era stato tolto dagli Inglesi ignorando l’adozione di un figlio.

Qui allo scoppio della rivolta nel maggio 1857 i rivoltosi trucidarono la comunità inglese e poi si diressero verso Delhi lasciando la rani sola e accusata di aver fomentato la rivolta. Quando un principe confinante tentò di impossessarsi del suo regno, la rani radunò un esercito e lo respinse, acquistando fama di grande condottiero. Nel frattempo continuava a dichiararsi non responsabile dei massacri e fedele agli Inglesi, ma quando un loro esercito marciò da Bombay verso il Jhansi senza chiarire i suoi scopi, la rani si schierò definitivamente con i rivoltosi. La resistenza fu aspra ma inutile; gli Inglesi occuparono Jhansi ma la rani riuscì a fuggire e dopo alterne vicende si rifugiò a GWALIOR dove ebbe luogo l’ultima epica pagina della rivolta.

Gwalior era la più grande roccaforte naturale dell’India che la rani e Nana Sahib, dopo averla conquistata con un audace colpo di mano, difesero fino al giugno 1858, quando la stessa rani cadde nell’estremo tentativo di difesa. Questa specie di Giovanna d’Arco indiana fu definita dagli avversari, per il suo coraggio, “l’unico vero uomo tra i ribelli”.

La difesa di Gwalior fu l’ultimo atto organizzato della rivolta, per il resto questa si trascinò ancora per circa un anno fino a che il luogotenente di nana Sahib, Yatya Topi, fu catturato e giustiziato mentre lo stesso Nana Sahib svanì nel nulla nel Nepal.

Gli Inglesi ripresero così il controllo completo dei loro territori nel subcontinente. Tuttavia la Compagnia delle Indie ebbe vita breve: fino a quel momento la Compagnia era nominalmente una società commerciale d’importazione/esportazione fra i cui soci principali era il sovrano inglese, ma in realtà in due secoli e mezzo d’attività era diventata uno stato nello stato e di questo si rese conto di colpo l’opinione pubblica inglese in seguito alla rivolta dei sepoy. Il Parlamento britannico decise di intervenire e risolvere quest’ambiguità promulgando nell’agosto 1858 il famoso GOVERNMENT OF INDIA ACT con cui trasferiva alla Corona tutti i diritti fino allora goduti dalla Compagnia delle Indie. Finiva così, e questa fu la conseguenza forse maggiore della rivolta dei sepoy, l’epopea della Compagnia delle Indie e iniziava un nuovo capitolo della presenza e dell’espansione britannica nel subcontinente indiano.

La rivolta lasciò un profondo solco di pregiudizi tra la popolazione bianca degli Inglesi e quella “nera” dei nativi, nel ricordo dei reciproci massacri perpetrati. Solco che si materializzò anche attraverso le nuove costruzioni per gli ufficiali britannici e le loro famiglie di nuove città e sobborghi, con i caratteristici “bungalow”, che creavano così una netta separazione tra “razze”.

Un’analisi semplificatoria degli eventi del 1857 è impossibile in quanto la divisione tra le due parti attraversò in maniera verticale la società indiana e fu trasversale rispetto a caste alte e basse, popolazioni rurali e urbane, musulmani e indù, nomadi e stanziali. Ad esempio non aderì alla rivolta la nuova élite istruita che non voleva correre il rischio che fosse restaurato il vecchio regime.

Per gli Inglesi era stato “Il Grande Ammutinamento”, un fatto cioè puramente militare, sia pure di grandi dimensioni, legato alle condizioni in cui si trovava l’esercito del Bengala.

Come già accennato l’ultimo imperatore Moghul fu solo un burattino nelle mani dei capi ribelli,  la rani di Jahnsi era molto probabilmente estranea al massacro degli Inglesi che dette inizio alla rivolta nel suo stato e l’altra figura chiave e terzo ed ultimo punto di riferimento dei rivoltosi, Nana Sahib, ebbe anche lui una posizione oscillante e mai del tutto chiarita. Tenendo conto di questo la conclusione naturale è che l’insurrezione, nonostante il parere contrario di alcuni storici, non fu preparata a tavolino ma fu un improvviso moto di ribellione di alcuni reggimenti scontenti.

In altri termini quelli che poi, più o meno riluttanti, divennero i capi carismatici della rivolta non dettero mai, con le loro azioni, l’impressione di capeggiare una rivolta studiata e preparata in precedenza che prevedesse la loro guida già in precedenza.

Leggendo invece l’interpretazione che dei fatti dà la storiografia indiana, la quale individua negli avvenimenti del biennio 1857-58 una guerra Nazionale d’Indipendenza, va onestamente osservato che la rivolta in realtà non si estese mai a Bengala, Punjab e all’India Meridionale, ed inoltre mai i rivoltosi emisero proclami all’unità nazionale. Le ragioni dell’adesione alla rivolta furono molteplici e variarono sensibilmente da regione a regione e, come già visto, vasti strati della popolazione indiana rimasero fedeli agli Inglesi.

Non è quindi facile catalogare questi eventi. L’unica cosa certa è che all’epoca vi era un profondo e diffuso malcontento verso la politica della Compagnia, con la radicata sensazione di assistere al tentativo di occidentalizzare e cristianizzare l’India da parte degli Inglesi.

A sostegno di questa tesi si ricorda come la crescente (dopo il 1813) attività missionaria comportasse la perdita da parte dei brahamani del monopolio dell’istruzione e della religione. A ciò si sommavano e collegavano i disagi d’altri strati della popolazione, come gli artigiani, che erano stati rovinati dalla concorrenza dei manufatti industriali, e i contadini, la cui situazione economica era divenuta precaria a causa dell’introduzione dell’economia di mercato.

Inoltre l’amministrazione britannica della giustizia sconvolgeva abitudini e regole secolari e le innovazioni tecnologiche come ferrovia, telegrafo e strade che rompevano l’isolamento millenario dei villaggi mettendo in tal modo in discussione la rigidità della divisione tra le caste.

Forse parlare di sentimento nazionale che guidasse le azioni dei rivoltosi è esagerato, ma senz’altro vi era un diffuso sentimento antibritannico e sulle vicende del “Grande Ammutinamento”, come visto catalogarono queste vicende gli Inglesi, germogliò il nazionalismo indiano, che portò, anche se quasi cento anni dopo, all’indipendenza.



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