BOLLYWOOD
di
Nicoletta Gruppi



            Sul cinema di Bollywood (Bombay più Hollywood = il cinema commerciale indiano) circola da sempre una leggenda: che sia assolutamente “inguardabile” per lo spettatore occidentale, anche se quasi tutte le guide turistiche consigliano al viaggiatore del subcontinente di andare al cinema almeno una volta, come “esperienza di colore locale”.

All’origine di questo pregiudizio vi sono, naturalmente, alcuni elementi di fatto: qualunque sia la storia non c’è scampo da almeno 6/7 numeri musicali; i confini fra comico e tragico sono alquanto “spostati” rispetto alla sensibilità occidentale; gli eroi maschili rispondono un po’ troppo spesso al canone “buddista” della bellezza virile (traduzione in italiano: sono flaccidi e cicciotti) e via di questo passo.

A fronte di questi ostacoli, tuttavia, si potrebbero riscontrare anche numerosi pregi che sono sempre stati ignorati, come ad esempio la grinta, la fantasia, la vitalità, nonché una capacità di violare le proprie convinzioni che è spesso decisamente più alta rispetto al cinema commerciale americano (e qui interviene la vecchia “forma mentis” occidentale per cui l’Oriente sarebbe “inevitabilmente” conservatore).
Nell’ostracismo distributivo che Europa ed America riservano a Bollywood non è difficile rintracciare, oltre a tutto, un profondissimo rancore verso l’unico mercato interno che la California non è riuscita a colonizzare; l’altro sarebbe la Cina, che però resiste all’invasione non tanto con una produzione interna quanto con la pratica salgariana della pirateria (delle cassette).

La data del primo vero lungometraggio indiano è controversa, ma si dovrebbe essere intorno al 1912/13. I villaggi isolati dell’interno e le masse sbandate delle grandi città si trovarono d’accordo nell’innamorarsi follemente del nuovo “medium”, nonostante l’iniziale necessità di adoperare ragazzi o travestiti per i ruoli femminili: infatti, a quell’epoca, anche le prostitute ritenevano “l’esposizione” cinematografica troppo disdicevole e sconveniente.

Le donne vere cominciarono a vedersi, curiosamente, proprio nei film d’azione e d’avventura. La funzione di rompighiaccio, da questo punto di vista, fu svolta da una certa Mary Evans, alias “Fearless Nadia”. Nata in Australia, figlia di madre greca e padre inglese, dopo un’onorata carriera di trapezista nel Sud-Est asiatico, Mary Evans approdò in India, dove sposò un regista locale che le cucì addosso tutta una serie di film "alla Zorro", demenziali ma divertentissimi, dove Mary si esibiva in una memorabile “mise” sadomaso (maschera, frusta e pantaloncini attillati) che andò dritta al cuore del maschio indostano. A questo punto le bellezze del subcontinente decisero che non potevano farsi mettere sotto i piedi da un’australiana, e il problema delle attrici si sbloccò magicamente.

Il vero boom del cinema popolare cominciò tuttavia solamente dopo l’indipendenza. Come in Italia, si era delineata fin dall’inizio una netta spaccatura fra il cinema d’autore, che praticava una forma di neorealismo particolarmente pura e dura (in particolare la scuola bengalese di Raj e dei Sen) e il cinema più di cassetta, che prediligeva colorati melodrammi abbondantemente cantati e ancora più abbondantemente danzati. Accanto al sempreverde genere mitologico cominciarono a svilupparsi filoni narrativi di tutti i generi: commedie sofisticate, commedie caciarone, drammi psicologici, drammi sociali, gialli d’azione, storie di fantasmi e via di questo passo, fermo restando che qualunque trama doveva però contenere almeno sette/otto numeri musicali.

In moltissimi casi, naturalmente, questo inserimento forzoso produce un effetto di uniforme straniamento comico assolutamente letale soprattutto per la “grinta” dei film drammatici. I registi migliori, tuttavia, impararono ben presto a giocare sull’aspetto “interiore” e fantasmatico di questi inserti, che possono quindi diventare quasi una proiezione su schermo degli “affetti” del protagonista, come succede con i pezzi di chiusura dell’opera lirica.
Proprio questo aspetto di Bollywood, che sembrava destinato a diventare sempre più obsoleto e irritante col passare del tempo, ha trovato nuova linfa ai giorni nostri con lo sviluppo delle tecniche video e della grafica computerizzata. Oggi la maggior parte dei numeri musicali (nelle produzioni importanti) sono non solo una gioia per gli occhi, ma anche uno stimolo per il cervello, spesso più interessanti del film-cornice che li circonda.

Un altro punto di forza di Bollywood consiste nel fatto che il suo “provincialismo” è solo apparente. Tecnici e registi hanno sempre tenuto gli occhi bene aperti su quanto stava accadendo nel resto del mondo, anche se i loro prodotti sembrano totalmente calati e imprigionati dalle coordinate culturali del subcontinente. Non c’è “trovata” americana, o italiana, o francese, o giapponese che non sia stata astutamente riciclata negli studios di Bombay.
Per esempio, in “Madhumati”, melodramma fantastico-matarazziano del 1958, il regista Bimal Roy si serve di tutta una serie di movimenti di macchina che vengono dritti da “Rashomon” di Kurosawa, e che gli servono per rendere magica e inquietante la fitta foresta in cui si svolge buona parte della vicenda.
Nel più grande successo commerciale indiano di tutti i tempi, il mitico “Shulay”, sono ben evidenti gli influssi di tutti i maggiori successi internazionali degli anni ’60, da Bruce Lee a Sergio Leone: il tutto però calato in un’ottica tipicamente indiana.

In un certo senso Bollywood trae buona parte della sua energia proprio dallo stesso atteggiamento un po’ vampiresco che caratterizza la sua controparte americana: si prendono le idee dappertutto e poi le si riutilizza secondo la propria cultura. L’India, naturalmente, è in grado di fare questo perché possiede un mercato interno talmente vasto da consentirle un’autonomia quasi totale (e la televisione, per il momento, è ancora lungi dall’essere un concorrente pericoloso).
Il panorama complessivo, ad ogni modo, appare tutt’altro che statico. Fra le altre cose, i flussi migratori degli ultimi anni hanno cominciato a produrre alcune contaminazioni estremamente interessanti.
I più grandi successi degli anni novanta, come il divertente “Dilwale Dulhania Le Jayenge”, hanno scelto per argomento i patemi dell’ultima generazione di immigrati in Occidente, generazione cosmopolita e paninara, ma spesso più pavida di fronte ai rigori della tradizione rispetto a quella dei propri genitori. Allo stesso tempo, il pubblico indiano residente in Gran Bretagna ha contribuito al successo di alcuni film “difficili” che il pubblico della madrepatria aveva dapprima rifiutato, come il coraggioso “Dil Se” di Mani Rathman, storia d’amore a tristissima fine fra un giornalista di Delhi e una kamikaze kashmira.
Il notevole successo commerciale di “Dil Se”, primo film indiano a scalare le vette del box-office britannico, ha contribuito non poco ad allentare l’ostracismo che l’Occidente aveva sempre praticato nei confronti di Bollywood.
Filmoni coinvolgenti come “Ashoka” e “Lagaan” hanno cominciato a circolare per i festival europei, spesso salvando dalla catalessi un pubblico di critici sempre più annoiati da film d’autore punitivi e film d’azione bambineschi. Le rassegne specializzate si moltiplicano (una molto interessante dovrebbe tenersi a Roma nel prossimo autunno) e si prospettano certamente alcune evoluzioni quanto mai stimolanti.

Non che a Bollywood sia tutto rose e fiori.
Nell’ultimo periodo è stata notata una preoccupante caduta negli incassi. Emerge ogni tanto dall’ombra una mafia particolarmente efferata, che punisce duramente chi non paga le sue tangenti.
Le simpatie integraliste dell’attuale governo possono qualche volta creare dei seri problemi di censura (ne sa qualcosa il povero Shekar Kapur, che dopo “Bandit Queen” ha dovuto trasferirsi in Occidente, finendo però dalla padella nella brace visto che la sua versione delle “Quattro Piume” è stato visibilmente massacrato dalle paranoie statunitensi).
Eppure, nonostante tutto, non si può dubitare che stiamo attraversando un periodo particolarmente vivace e ricco di fermenti, meritevole di essere seguito da chiunque ami il cinema “senza se e senza ma”.

E.Salgari
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Testi e informazioni per questo articolo a cura
della "Tigrotta" Nicoletta Gruppi

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